ott 27 2009

Destra vs. Sinistra? Roba vecchia!

Pubblicato in News

fini

Gianfranco Fini

Domenica scorsa il Secolo d’Italia ha costruito la sua edizione intorno a un’analisi di Alessandro Campi e a un’intervista a Sergio Pizzolante tese ad individuare la “nuova” definizione da dare alla destra italiana che da tempo pare sia alla ricerca di una nuova identità. Le ipoetesi di lavoro sono fioccate tra neologismi, schematismi ed esotismi: “destra british”, “destra liberal”, “destra libertaria”, “destra finiana”, “destra europea”, “destra post-aennina”, una ridda di ipotesi che non risolve il vero nodo, ovvero se abbia ancora senso, oggi, parlare di “destra” (o di sinistra, la cosa non cambia). Nessuno, ma proprio nessuno pare si sia posto la domanda. Eppure queste categorie politiche, che solo politiche non sono ma anche sociologiche e filosofiche, nascono ormai due secoli fa. E’ possibile che siano ancora in grado di rispondere alle esigenze complesse di una società che intanto è già diventata post-postindustriale? Che io non condivida l’utilizzo del termine “destra” per individuare la categoria politica alla quale mi sento oggi di appartenere credo sia ormai chiaro, ma lo condivido ancor meno quando questo uso questo avviene nell’ambito della dicotomia delle categorie destra Vs. sinistra., quasi che l’una diventi la stampella dell’altra, due vecchie nemiche che per sopravvivere non possono fare a meno dell’esistenza dell’altra: combattere per sopravvivere e sopravvivere per combattere , che brutta fine! In tutto ciò dobbiamo dare atto a Fini di aver tentato con fatica negli anni passati, in parte riuscendovi, una modernizzazione della “destra” italiana, questo è innegabile, anche se poi dovremmo capire cosa o chi fosse il termine di paragone o se questo fosse meramente fittizio e funzionale; ma quello che oggi il Presidente della camera appare essere è qualcosa di più e di diverso: Fini è l’unico uomo politico italiano – ed uno dei pochi in Europa – ad aver iniziato il percorso di definitivo affrancamento da queste categorie, tentandone la storicizzazione, almeno nella sostanza se non nella forma (e questo lo si può capire, vista l’involuzione culturale e politica del nostro paese, il “bigottismo” e l’imborghesimento delle mille e una paure nei confronti delle novità, anche fossero unicamente lessicali). E mentre perfino lo schema “liberals Vs. communitarians” nei fatti non ha più senso – nel mondo anglosassone ne sono coscienti noi forse un po’ meno – in Italia ancora ci si interroga su come declinare destra e sinistra, due morti che camminano, due corazze senza cavaliere al loro interno ma che ancora si combattono con ferocia. La mia speranza è che la Fondazione “Fare Futuro” serva appunto ad uscire da schemi mentali, sociologici e politici che oggi non rappresentano più nulla se non il pallido scimmiottare schemi rigidi di catalogazione sociale ormai definitivamente morti anche se nessuno vuole inciderne l’epitaffio. E non possono certo essere le controfigure di politici miracolati dall’annientamento violento di una generazione, né tantomeno intellettuali involuti sulla via dell’acredine personale a fermare il percorso della storia. Certo, abbandonare la sicurezza di uno schema mentale, per quanto desueto, vuol dire impegnarsi ad interpretare e risolvere i conflitti che l’attualità ci propone, reinventarci politicamente secondo priorità diverse da quelle fin qui sostenute. Un atto di profondo coraggio e amore verso la propria Comunità, abbondonare il certo, il comodo per rimettersi in viaggio, in discussione, per ascoltare con nuove orecchie, camminare con nuove gambe, guardare con nuovi occhi ma portando dentro di noi il nostro vecchio cuore. Ne saremo capaci?

Giuseppe Pezzotti

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